AL SEGUITO DI JACQUES PERRIN PER VEDERE LA VITA (IN MOVIMENTO) NEGLI OCEANI
Un documentario diverso, quasi un anti documentario perché si discosta dal tradizionale modo di raccontare la natura e gli animali, senza i soliti commenti scientifici o statistici, paternalisti o disneyani che dir si voglia, per seguire anzi 'vivere' insieme a loro. Fatto che ci rende anziché spettatori passivi, attivi, perché ci mette in contatto e ci rende partecipi de "La vita negli oceani", senza dimenticare le leggi della sopravvivenza e la 'selezione naturale', cioè quella di 'pesce grande mangia pesce piccolo'. Il film sarà presentato in chiusura al Cinemambiente FilmFestival di Torino il 5 giugno – giornata mondiale dell’Ambiente -, e uscirà contemporaneamente nelle sale in 35 copie, grazie alla Paco Pictures, in 34 città italiane e nei cinema The Space Extra il 5 e 7 giugno.
“Con Luciano Tovoli, responsabile di tutti gli operatori - esordisce Jacques Perrin, regista con Jacques Cluzaud, che l’ha presentato a Roma nella sede dell’Ambasciata Francese a Palazzo Farnese - abbiamo pensato che per girare l'oceano globale, c'era bisogno di un'armonia generale; riunire gente di origini differenti - chi viene dal documentario, chi dalla fiction, chi dal film scientifico -, unita da uno sguardo generale comune, per esprimere ‘la vita in movimento’. Da quando Jacques Costeau realizzò il suo primo film sull'argomento sono passati 50/60 anni, ma noi volevamo farlo in un modo particolare. E' un film in movimento, seguiamo gli animali in piena felicità per esprimere la vita. Non volevamo un racconto fotografico perciò abbiamo impiegato tanti mesi per fabbricare delle macchine da presa che avessero la stessa velocità dei pesci, quella che intercorre fra pesci ed animali, e fra gli animali stessi. Come ne "Il Popolo migratore" (il primo documentario da lui realizzato ndr.), qui ci si rende conto che la vita animale non è quella che vediamo al museo o allo zoo. Ovviamente andare con gli uccelli è impossibile, anche se tutti speriamo un giorno di poter volare insieme a loro; così abbiamo tentato anche con gli esseri marini, non per fare spettacolo, ma costruendo un racconto sensibile alla forma di vita marina. Tovoli lo conosco da tanti anni, abbiamo lavorato insieme da sempre, da quando girava il film di Vittorio De Seta (“Banditi a Orgosolo 1961, ndr.) a "Il deserto dei tartari" (di Valerio Zurlini). La nostra complicità si è affermata in tanti anni. Il film è uscito da un anno e mezzo in tutto il mondo, inclusi l'America e il Giappone. Per me l'Italia era più importante, ma solo qualche mese fa ho avuto finalmente la possibilità di farlo distribuire, anche perché nel frattempo è uscito un altro film chiamato "Oceani 3-D" (nell'originale il suo è 'Oceans'), il nostro titolo l'avevano già preso, e c'è stato anche un processo che abbiamo vinto dieci giorni fa. Purtroppo anche nel nostro ambiente c'è gente che non ha morale. E' un peccato perché noi che facciamo film abbiamo una piccola responsabilità, l'impegno di difendere qualcosa, quel territorio selvaggio che c'è ancora anche in mare, nell’oceano. Per esprimersi su un fatto politico, l'indagine mi sembra importante. Però i meeting di Rio, Kyoto, restano solo parole che si perdono, credo che il film punta più sulla presa di coscienza, sul sentire la vicenda nel proprio cuore. Il cinema è un'arma che può far capire, non quello che pensa il regista, ma quello che pensa lo stesso spettatore. Non è più possibile minacciare la natura, oggi non è che tutto vada meglio, ma ci sono più iniziative, convegni, incontri. E ad un certo punto i politici si rendono conto di questo sentimento che gira, del fatto che le emozioni appartengono a ognuno di noi e valgono più di tante parole".
"Abbiamo girato per quattro anni in 60 paesi differenti – prosegue -, perché i pesci non conoscono né hanno frontiere. 450 ore di filmato, di cui 300 della massima qualità tecnica. Un film reportage in cui si sente l'impegno, anche se allo spettatore sembreranno normali anche le cose più difficili, ci è voluto talmente tanto tempo per farlo e il costo è stato anche tanto, che ci vorranno anni per rimborsare i debiti".
"Copre anche il mio ruolo - ribatte Tovoli - perché ci siamo conosciuti da ‘bambini’, però ama il suo ruolo da regista. Una qualità estrema dal punto di vista professionale, perché non si tratta di un film collettivo dove ognuno tira dalla propria parte, anzi. Una volta Polanski mi ha detto che il regista 'è come un punching ball a cui tutti tirano colpi'. Qui eravamo 18 direttori della fotografia in giro per il mondo, due registi, e bisognava veramente collaborare, anche con gli specialisti in riprese subacquee, con quello in superficie (Luc Drion), grazie anche alla volontà di Jacques che voleva un sistema di ripresa avanzato. Infatti, durante le riprese della tempeste mi sono detto, come hanno fatto? perché l’elicottero doveva volare ad un livello più basso delle onde; forse contro il muro di un faro, anche perché c’era la nave da guerra che gli veniva incontro. Questo sistema ci è costato molto, anche se gli elicotteri militari usano una stabilizzazione per le riprese. Non si è trattato solo di ricerca, anzi, la camera veniva trainata dal cavo di fibra ottica e lasciata fra i pesci. Poi c'era un subacqueo che faceva le panoramiche. La famosa corsa dei delfini, strepitosa, l’abbiamo ripresa da un grosso gommone, con una sorta di braccio-dolly, così quando le balene escono la macchina da presa è vicinissima. Il principio del film era girare in mare con i mezzi di uno studio. Alcune riprese sono state fatte l’una a quattro anni di distanza dall’altra. In altre si passa dalla Sardegna a un mare lontanissimo, c’era anche un problema dal punto di vista del colore e della luce perché erano stati utilizzati mezzi diversi. Abbiamo lavorato con più di quello che ci offriva il sistema, all’avanguardia con i tempi, per raccontare in maniera nuova, con nuovo occhio il tema del film, ed essere più vicini a loro. Il grandissimo reporter Robert Kappa, quando era in Vietnam, diceva ‘se vuoi riuscire devi essere il primo della fila, se non sei in mezzo alla strada, tra le pallottole, non sei un buon reporter’. All’inizio mentre la macchina da presa veniva trainata dal cavo, ci trovavamo sul gommone stabilizzato, ma nessuno ci veniva dietro, non c'era niente e nessuno. Ad un certo giorno arriva un tonno, poi due, poi tre… venivano a vedere che razza di pesce era, visto che gli operatori subacquee era senza bolla d’aria e in profondità. La balena, invece, va avvicinava dal lato in cui dorme (l’occhio chiuso), ma c’è sempre bisogno di tempo finché ti adottano e poi tutto diventa più facile. Anche perché non abbiamo usato né teleobiettivo né zoom, solo il grandangolo. Eravamo in una sorta di studio galleggiante con la possibilità di vedere, fare carrellata sui granchi, col pericolo di una tempesta in arrivo, però avevamo tutta un’organizzazione alle spalle, da Parigi, che ci controllava e guidava con un vero sistema di protezione”.
“Alla fine del film, quando il ragazzo guarda i pesci – continua Perrin -, era importante lo sguardo per far capire ancora di più che siamo nella vita. Il pesce nell’acquario dimostra che sono esseri viventi come noi. Infatti, c’erano due squali e una balena che giravano in alto all’acquario, in cui gli americani ci hanno fatto entrare – pagando -. Abbiamo pensato ora collideranno con gli operatori, invece gli squali si sono messi di lato per farli passare. Sono gli animali ad aver paura dell’uomo, però bisogna usare una tattica. Normalmente si dice che lo squalo abbia un cervello piccolo come quello di un uccello, ma è sicuro della sua forza, e perciò non bisogna muoversi. Solo che, quando vedi avanzare un mostro di 6 metri, come si fa a restare fermo. Questo periodo di surriscaldamento del Pianeta lo viviamo come un presagio, ma è già in corso. Infatti, offrono un mese in crociera per passare dall'Atlantico al Pacifico tra i ghiacci del Polo Nord. Imprenditoria e turismo cercano di sfruttare la cosa, mentre le profezie di dieci anni fa, avvengono proprio adesso, e diventa un modo di finanziamento straordinario. Infatti, invece di fare tutto il giro e passare dal Canale di Panama, si passa direttamente dal Polo Nord”.
“Il film è costato troppo – ammette l’attore, produttore e regista -, 58 milioni di euro, 75 milioni dollari circa. E’ andato bene in tanti paesi. Abbiamo fatto anche una serie televisiva in 4 puntate andata su in onda su France 2, e acquistata da National Geographic. Ma in essa, invece, c'è un commento, si danno i nomi dei pesci, degli animali, cosa che noi abbiamo evitato, perché sono state riprese duecento specie - nel film vedete almeno 180 -, ma così diventa una specificazione. Non ci sono nomi in una sinfonia, io vedo il film come una composizione lirica, musicale; e bisognava restare nella magia”.
“Abbiamo avuto momenti di grazia – aggiunge -, quando eravamo in Australia hanno detto che vicino a Sydney ci sarebbe stato un raduno di granchi, siamo andati a vedere. Il primo giorno c’erano cento granchi, il secondo giorno 200 poi mille, un continente di granchi. Ad un certo punto abbiamo visto l’operatore con tutti i granchi addosso. Si dice che lo fanno (si ammucchiano come una montagna ndr.) quando cambiano muta, per proteggersi insieme, ma poi abbiamo saputo che tutti i granchi erano morti. Non sappiamo perché e se lo rifaranno, alcuni accennano al fatto di certe costruzioni portuarie. Abbiamo lavorato per 4 anni, con 18 operatori, ma non sempre le cose sono andate come aspettavamo, però a volte anche meglio”.
“Lavoro con gente veramente impegnata – conclude Perrin -, ci sono due riserve nel sud della Francia, una lavora da vent'anni, oggi in quel posto la cernia è tornata. Basta lasciare la terra e il mare tranquilli, non li dobbiamo aiutare, non hanno bisogno di noi, se proteggiamo l'ecosistema, tutto riparte. Il presidente Bush aveva visto il piccolo film del figlio di Costeau che diceva ‘fate una riserva marina sulla fascia est dell’America’. E prima di lasciare la Casa Bianca, Bush ha firmato. La vita del mare sulla costa e all'interno, quella dei migratori, sono in pericolo. La costa della Spagna è tutta una costruzione, dalla riviera si trasportano in mare i pesticidi. Non serve solo la protezione, ma un sistema di preservazione, e così tutto riparte”.
José de Arcangelo