RITORNA "BOURNE" MA SENZA MATT DAMON. A ROMA CE LO RACCONTANO JEREMY RENNER, EDWARD NORTON E IL REGISTA TONY GILROY
Matt Damon/Jason Bourne non c'è più, anzi c'è ma si intravede soltanto, nel nuovo "The Bourne Legacy". Quindi non si tratta di un sequel né di un prequel ma di una storia originale, ovviamente collegata all’ormai celebre trilogia, che ci presenterà - dal 14 settembre nelle sale italiane - una nuova generazione di agenti segreti.
Approdati a Roma con largo anticipo per presentare il film alla stampa, il nuovo protagonista Jeremy Renner nel ruolo di Aaron Cross, un super agente parte integrante di un programma estremamente sofisticato che rischia la vita sulla scia degli avvenimenti dei precedenti tre film; Edward Norton che ne è l'antagonista, ovvero il cattivo di turno, il colonnello Ric Byer, direttore del National Research Assay Group (NRAG), un'agenzia segreta situata a Reston, in Virginia, che controlla Outcome, un occulto programma di spionaggio; e naturalmente il regista Tony Gilroy (ha esordito con "Michael Clayton") che, dopo essere stato l'ideatore e lo sceneggiatore della trilogia, stavolta passa anche dietro la macchina da presa.
"I 25 minuti che avete visto (alcune scene presentate in anteprima ai giornalisti ndr.) gli abbiamo messi insieme mesi fa - esordisce Gilroy -. Nel film molte cose sono conosciute, familiari, come i viaggi, l'azione, le fughe, ma stavolta c'è comunque qualcosa di diverso, una prospettiva più ampia delle situazioni e dei luoghi in cui andiamo. Un panorama più epico, personaggi analoghi ma molto diversi riguardo sia i vecchi che i nuovi".
"Un paio d'ore di cinema fantastico - ribatte Renner -, dove c'è un rapporto buono-cattivo, anche se con Ed ci siamo trovati insieme nella stessa scena in una sola giornata. E' stato semplice fare il mio lavoro perché c'è stato un grande scontro di intelligenze che dà facilità al film, lo fa fluire bene".
"Io sono un grande ammiratore di questi personaggi - afferma Norton - da molto tempo. Quando si salta dentro una storia serializzata di cui sono usciti vari episodi, ci si chiede 'perché si continua ad andare avanti? Cos'è questa storia, perché non si rivolge su se stessa, perché non si cerca qualcosa di nuovo, di diverso? E Tony aveva questo interesse perché ha vissuto questo tipo di mondo. A me piacciono molto i suoi film e volevo capire cosa lo spingesse a tornare ancora su Bourne. Come a lui, mi è piaciuto il modo in cui viene utilizzato questo episodio per tuffarsi in elementi diversi, nelle zone grigie della morale, nei compromessi che fanno le persone scegliendo di lavorare nei servizi speciali. E' un film molto emozionante perché è entrato nella dimensione emotiva, morale, molto più dei precedenti".
"Non saprei molto sugli eroi - chiosa Renner a proposito dei suoi personaggi, tra "The Hurt Locker" e questo -, non so quale differenze ci siano, non si può fare un paragone tra due film, sono due personaggi che si muovono in situazione diverse, io non li vedo come eroi, non credo nemmeno di essere in grado di rappresentare un eroe. Un personaggio con la tipica faccia da cattivo che credo abbia una grande intelligenza. E' molto difficile fare paragoni, Aaron - come l'ho interpretato io -, forse, è più un antieroe, una vittima delle circostanze".
"E' un momento molto interessante per il cinema - dichiara il regista -, ci sono franchising un po' dappertutto, molti film che tendono alla serializzazione, si scrivono storie anche serialmente. In un certo senso si sta tornando a fare come negli anni '30, si continua a raccontare una storia a episodi. Un po' come la serie di James Bond, oppure quelli tratti dai fumetti della Marvel. Per noi è una ghiotta occasione per continuare perché eravamo pronti a procedere. L'idea da cui siamo partiti era che la vicenda di Bourne fosse stata solo una piccola parte della realtà, perché c'è dietro un quadro più ampio. L'inizio del film sono gli eventi di 'The Bourne Ultimatum', poi si dà l'avvio, e il personaggio riceve una telefonata dal film precedente. Tutto sta nel vedere se funziona e casomai continuare. La novità per Bourne è lo standard, il fatto di non avere nulla di cinico - non facciamo merchandising-, di restare coerenti anche nel 4° episodio. Un nuovo modo di narrazione cinematografica per un film importante".
"Credo che in generale ogni attore sia attratto da personaggi complessi - riprende Norton -, vale per me ma anche per altri. Penso che i personaggi in cui ho lavorato siano state esperienze soddisfacenti. Credo che lo stesso Bourne si muovesse fra paradossi. E' difficile da ridurre una certa categoria di personaggi, più sono contraddittori più sono interessanti. Anche le persone contraddittorie sono le più interessanti. Mi è piaciuto come Tony ha scritto questo triangolo di personaggi perché qui dentro - pur con tutta l'azione - c'era un ritratto i cui ognuno dei personaggi prende delle decisioni che si basano su una serie di ideali. Come vedono l'essere al servizio patriottico, giungono a compromessi, accettano di fare cose che non ricadono nella categoria che chiamiamo il Bene. Il mio personaggio, quello di Rachel (Weisz che è la dottoressa Marta ndr.) e tutti gli altri sono tutti molto sfumati. Ognuno di loro in qualche modo aveva parlato a se stesso, ha fatto dei compromessi, ragionando e cercando di dare un senso alle proprie azioni. Ci sono persone che fanno cose cattive nel nome di un Bene più ampio, superiore. Molte cose succedono nel mondo e la gente si dice che lo fa per un bene più alto; sono fatti molto normali, addirittura comuni nel nostro mondo di oggi. I film della serie attraggono il pubblico perché c'è il ritratto di un mondo che secondo noi esiste. Quello di 'Mission: Impossible' e degli altri film è un mondo di supereroi, fantastico; il nostro è un mondo che fa un po' paura, ma esiste. Dove i personaggi raccontano di fare cose cattive nel nome del Bene, e proprio sull'argomento c'è un forte dibattito morale in corso negli Usa. Il nostro film è radicato nel momento in cui viviamo, in cui si fa tutto un gran dibattito sulla moralità, sulla questione giudiziaria, sulla nostra società. Da attore mi è piaciuto rappresentare psicologicamente come le persone arrivino al punto di fare certe cose".
"L'ultima volta che avevo partecipato a Bourne – prosegue il regista - era stata per il copione di 'ultimatum', prima ancora di 'Michael Clayton'. Da allora non era più nel mio radar, non faceva più parte della mia vita. Ma, dopo il grande successo di 'Ultimatum', non è stato facile capire cosa fare dei personaggi, anche perché il pacchetto dei tre film era venuto bene. Tutto il team si è messo a cercare un modo di continuare, di incontrare delle persone, confrontare idee finché si è deciso di farlo. 'Non si può sostituire Matt Damon, non si può tornare nel passato perché il personaggio è lui’. Infatti, il film espande quello che è successo prima, fedele alla metodologia di prima ma espandendola ed elaborandola su nuove idee. Per me era inutile continuare se non trovavamo un personaggio equivalente. Altrimenti era come costruire un bell'edificio senza nessuno che vivesse dentro. Per cui speravo che il gioco valesse la candela. Aaron Cross aveva molto da sviluppare, poteva essere interessante, e abbiamo cominciato a pensare chi avremo dovuto scegliere fra gli attori. In un primo momento Jeremy non era disponibile, poi si è liberato e siamo stati contenti di averlo, tanto che gli abbiamo fatto firmare subito il contratto. 'Ti farò passare un brutto quarto d'ora' gli dissi. Il lavoro non è stato né cinico né ambiguo, la cosa più difficile è stata convincere delle persone che erano molte critiche sul progetto, che invece poi sono state le più felici del risultato. Siamo riusciti a creare un nuovo film e delle nuove prospettive".
"In realtà avete visto tre film in cui Bourne fa l'agente segreto per la Cia - aggiunge -, in questo Ed/Byer è il burattinaio che tira i fili, sempre controllato, e alla fine vede l'insuccesso. Ma il programma non è stato dato solo alla Cia, Byer si è costruita una sua organizzazione, un punto di incontro tra militari intelligence e affari. Bourne era un assassino, ma la narrazione era molto interessante perché ci fa passare alla moralità, all'etica, e Bourne a pensare 'io persona buona, non mi sento libero' e ad apprendere che era invece il Male. Jeremhy/Aaron, invece, è più complesso, non è solo un assassino, ha dei contratti di lunga durata, costretto ad una vita isolata, dove si mantiene il Male del primo progetto in un contesto più sociale, meno adattivo, per sviluppare un'intelligenza più aggressiva, dai limiti particolari".
"La differenza con Bourne è che mi sono sempre chiesto chi è - aggiunge Renner -, mentre Aaron Cross sa perfettamente chi è e cosa sta facendo, vuole essere parte di qualcosa di militare, del progetto Ocan, perché deve avere un obiettivo per cui alzarsi ogni mattina, in questo senso è come tutti noi. Invece non potevo fingere le capacità fisiche di Aaron, avrebbe compromesso la credibilità di tutta la serie. Perciò ho passato la maggior parte della preparazione facendo stretching ed è stato anche divertente".
"Il nostro è un lavoro splendido - conclude Norton - se si riesce a farlo. Il mondo in cui viviamo oggi è davanti a tutti, perciò avere un lavoro che ti piace vuol dire essere molto fortunati. Io non sono mai cinico nella recitazione, nel fare film. E’ una meraviglia perché apprendo moltissimo, ho conosciuto un mondo che non avevamo avuto occasione di conoscere prima. Il mio lavoro mi consente di continuare a crescere, molto di ciò che avviene nel cinema e in tivù è sopradimensionato. Raccontare per attrarre il pubblico è un modo di comunicare non cinico, si fa per divertirsi e anche per poter affrontare temi scottanti, avere maggiore conoscenza del mondo e di se stessi. Capire chi siamo, io lo amo moltissimo. Penso che ognuno sia contraddittorio, abbia delle contraddizioni nel proprio essere; le forze che abbiamo si bilanciano con le nostre debolezze, credo di non essere diverso da qualsiasi altra persona, sono sempre riluttante a dire cosa porto o prendo di me nel mio lavoro, nel mio personaggio. La situazione è importante per guardare gli altri, comprenderli; diventa quasi un processo di ricerca e analisi per vestire i panni di qualcun altro nel modo migliore possibile. Molto dipende dalla qualità della sceneggiatura, dall’autore, ma se il personaggio è scritto in maniera tale che c’è una certa difficoltà a capire quello che fa, è difficile proiettarlo sullo schermo. Quando Tony mi ha detto che sarei stato il cattivo del film è stata una delle ragione per cui ho accettato, perché non c'è specificazione. Tutti i personaggi sono sfumati, Byer è l'altro estremo del protagonista, ma non si percepisce come il (classico) 'cattivo', perciò ci tiene molto a sottolineare le cose che 'deve' fare, perché è obbligato a farle".
Come ogni americano famoso alla domanda sul nostro cinema, risponde con dei classici, capolavori indiscutibili di 50 anni fa, almeno. "Mi piace moltissimo il cinema italiano - chiude Norton -, di recente ho visto 'Mamma Roma' di Pasolini con Anna Magnani. Un'attrice straordinaria, una delle più grandi, più grande dello schermo stesso, credo lo prenda tutto e ne esca addirittura. Ho visto anche ' Amarcord' (di Federico Fellini)".
Mentre Gilroy confessa di aver visto altri più recenti come "Gomorra", “Il divo” e il Benigni nel Woody Allen di “I Love Roma”.
“Sui personaggi di ‘La 25a Ora’ e questo vale quello che ho detto prima, sono personaggi paradossali o che fanno cose cattive, del Male. Il trucco è scoprire come sono giunti a questo punto nella loro vita, quale impatto ha nella loro vita, sono i caratteri più interessante per me. Ma ho fatto anche l’intrattenitore di bambini vestito di rosa, a volte lo si fa per puro divertimento. La cosa splendida di questo mestiere è che se lo fai abbastanza a lungo si fanno cose diverse. Il prossimo sarà troppo diverso da questo, forse, non più diverso. Ho pensato a Daniel Day Lewis - chiude, stavolta definitivamente Norton -, a Gene Hackman in 'Superman' - un grande cattivo! -; a John Huston in 'Chinatown'; mi piacciono i cattivi persuasivi, con quelli con cui si va volentieri a cena anziché con un buono".
José de Arcangelo